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Intervista sul "Nostro mito quotidiano"

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Intervista di Andrea Piazza alla professoressa Maria Rosa Panté

Il 14 febbraio ripartirà la rassegna sul mito da lei organizzata con "Il nostro mito quotidiano" interpretato da Lucilla Giagnoni.

ntervista alla professoressa Maria Rosa Panté

Insegnante e scrittrice,

una chiacchierata su mito, iniziative e cultura

Il 9 febbraio sarà a Bologna per una conferenza sul mito,

il 14 con Lucilla Giagnoni ripartirà la rassegna sul mito da lei organizzata

Una vita da insegnante. Da anni anche da scrittrice. Incontro Maria Rosa Panté nei corridoi del “D’Adda” di Varallo, che corre avanti e indietro sistemando questi libri della biblioteca, organizzando questi altri impegni esterni della scuola, curando gli ultimi dettagli per la rassegna sul mito classico, assicurandosi che tutto funzioni a dovere per lo spettacolo del 14 febbraio con Lucilla Giagnoni alle 21 Santa Maria delle Grazie, preparandosi alla conferenza che terrà il 9 all’Università di Bologna.

Laureata in lettere classiche, insegnante sulla classe per molti anni, un anno di supplenza e poi la cattedra di ruolo dopo aver superato i concorsi. «Gli anni di insegnamento sono stati bellissimi, insegnare mi ha assorbita totalmente – racconta la prof.ssa Pantè – e credo di essere stata brava dato che ho ancora molti contatti profondi coi miei ex allievi. Poi, come accade ad alcuni insegnanti, ho fatto l'esperienza del burnout; insomma, insegnare mi risucchiava troppo, mi sono ammalata». E ora, fuori ruolo per motivi di salute, si occupa al D’Adda della biblioteca scolastica, di progetti e attività esterne. «Tutte attività – continua Pantè – che fanno crescere la scuola senza lo stress, ma nemmeno la bellezza dell'insegnamento attivo. Provo nostalgia del rapporto coi ragazzi, della meraviglia di vedere un giovane che fiorisce anche grazie a te che gli apri nuove vie alla conoscenza». La scrittura invece è arrivata dopo, incoraggiata dal marito; ha iniziato con le poesie, poi articoli, saggi e racconti: «è come una bellissima malattia – racconta – non puoi più farne a meno».

Da insegnante e scrittrice, come vede queste due realtà, scuola e cultura, nel nostro mondo e soprattutto in questItalia?

«Insegnare è un mestiere duro e difficile e richiede ottima salute, anche se a molti sembra il contrario. Mi pare che troppo a lungo la cultura in Italia sia stata considerata poco o niente, guardata con sospetto; invece per l'Italia è la principale ricchezza, straripiamo cultura, pare se ne accorgano i turisti e non noi. Spero che la scuola riacquisti prestigio. Solo così anche la cultura rifiorirà in Italia e insieme alla cultura una vita e un paese più civili e più maturi».

Lei è promotrice e organizzatrice di una rassegna sul mito classico in collaborazione con il liceo DAdda. Si è iniziato conEdipo redi Debernardi, si proseguirà con Lucilla Giagnoni e lorchestra Giulia Bracchi martedì 14, due incontri rispettivamente su Didone (metà marzo) e Atalanta (metà aprile) curati da due classi del liceo, per finire il 19 maggio con lo spettacoloVorticidella Compagnia della Civetta. Da dove nasce lidea di questa rassegna?

«L'idea mi è venuta perché il mito è un po' la mia ossessione e credo che il recupero delle nostre radici ci serva per costruire il futuro. Divulgare queste cose è un'azione culturale e civile molto importante, e importante è la partecipazione dei ragazzi a queste iniziative»

Nel 2012, perché qualcuno dovrebbe ancora occuparsi e riflettere sul mito dellantichità?

«Il mito vive nelle nostre vite, solo che non sempre ce ne accorgiamo; recuperare il mito vuol dire capire delle cose della nostra vita e delle nostre emozioni, e soprattutto riscoprire una parte fondamentale delle nostre radici. Il mito in realtà non è da spostare dentro di noi, perché cè già. Piuttosto è da riscoprire, da far riaffiorare, perché, come diceva Simone Weil,uno dei bisogni fondamentali dell'uomo è avere delle radici, la riscoperta delle sue radici, come per gli alberi».

Il nostro mito quotidiano, lo spettacolo del 14 febbraio, sembra avere in una contraddizione: quasi tutti vedrebbero un contrasto fra ilmito, che si sente tanto lontano, elitario di pochi dotti, pagano, e ilquotidiano, il nostro vivere di oggi, dominato dalla fretta e dallutile.

«Il dramma di oggi è proprio anche questo: sentire le proprie radici lontane, pensare il proprio passato come morto o come appannaggio di pochi dotti, ma soprattutto fuori del mondo, un po' fuori moda. Eppure il disagio delle nostre vite sta anche in questo; il continuo fuggire, la velocità nascondono angoscia, incapacità di riflettere, di stare soli, di pensare. Il mito è attuale perché, come dice lo psicanalista Jung, l'abbiamo cacciato dal nostro mondo ma gli dei sono tornati sotto forma di malattie, di nevrosi. Inoltre il mito è bello e risponde anche a un'altra esigenza dell'uomo: il bisogno di raccontare e di ascoltare racconti, e mito viene proprio da una parola greca che significa racconto. Abbiamo bisogno del mito, dell'eroe e infatti forse mai l'aggettivo mitico è stato tanto usato e abusato come oggi».

Il 9 febbraio sarà a Bologna per tenere una conferenza presso la BibliotecaCarducci, nellambito di un corso di aggiornamento per insegnanti in tre incontri. Nel primo appunto lei parlerà di maternità nella letteratura greco-latina.

«È un tema molto interessante; nel mondo classico ci sono i più svariati tipi di madre. L'unico problema è che sono tutti scrittori maschi, l'unica eccezione è Saffo e la sua poesia in effetti è il testo più vero, più emozionante sulla maternità».

E il suo rapporto con Bologna e la sua Università è una collaborazione che dura ormai da anni...

«Sì, grazie all'amicizia con Gian Mario Anselmi, docente di italiano all'università, uno dei massimi esperti di letteratura rinascimentale (nato a Borgosesia, ndr). Ho collaborato ad alcuni progetti dell'università, tra cui quest'anno, con un saggio sul pane, al libro "Banchetti letterari", che verrà presentato anche in Valsesia con i due curatori. Da cosa nasce cosa e attraverso Anselmi ho conosciuto altre persone eccezionali con cui collaboro scrivendo testi; alla fine un'amica, Magda Indiveri, mi ha chiesto con poca speranza di fare questa conferenza. E io, stupendo anche me stessa, ho accettato e sono lusingata, soddisfatta, ma anche un pogià pentita, perché non amo molto spostarmi da casa».

Unultima domanda, andando sul locale. Cultura, scuola, arte, istruzione,... Come stanno queste parole nella zona?

«Gli stimoli culturali in provincia sono da sempre inferiori alle città, dipende anche dalle scelte politiche. per fare un esempio, incoraggiare le attività della scuola è importante e ho trovato singolare il fatto che il comune di Varallo da quest'anno dia alle scuole la possibilità di fruire gratuitamente delle sue strutture solo per tre volte, superate le quali i costi diventano proibitivi e dunque costringono o a rinunciare alle attività programmate o a cercare altri spazi. Probabilmente i problemi economici del comune sono più gravi di quanto si pensi, ma certo chiedere alle scuole mi pare brutto: la formazione dei ragazzi dovrebbe essere la preoccupazione principale di ogni comunità»

Quanto potrebbe essere utile per il nostro mondo in difficoltà riscoprire il valore delle parola, dello straordinario patrimonio artistico e culturale che ci sorregge ma che sembra non vogliamo vedere?

«Potrebbe aiutare prima di tutto dal punto di vista economico, che oggi è la prima preoccupazione. Ma più profondamente potrebbe aiutarci a capire meglio quello che succede; le parole sono importanti, così importanti che nelle dittature i primi a essere uccisi sono proprio i poeti, cioè coloro che usano la parola fino al suo limite estremo e sono i portavoce dell'anima profonda di un popolo. Se si hanno poche parole, si ha meno anima sveglia, così addormentata da non vedere la bellezza del paesaggio, dell'arte e quindi da assuefarsi alla cementificazione, anche da noi, anche nella nostra bella e selvaggia valle. La ricchezza facile è la meno duratura, ma sembra che nessuno riesca a guardare al futuro e questo succede perché abbiamo dimenticato le nostre radici. È un discorso che a qualcuno smembrerà snob o da professoressa, mi spiace, vorrei che fosse un discorso condiviso da tutti perché tutti preferiamo una vallata verde  a un mostro architettonico, tutti vorremmo aria pulita e a tutti credo piace osservare una bella chiesa antica e anche sentire una musica e una bella poesia».

andrea piazza