La mentalità medievale

La civiltà che ci ha dato le radici e la nostra fisionomia culturale, comunemente chiamata Occidente, prende avvio nel Medio Evo , la prima delle età dell'era cristiana. 

Durante i primi secoli del Medio Evo la religione cristiana si diffuse rapidamente nel bacino del Mediterraneo (anche se dopo il 632 l'Asia Minore, l'Africa settentrionale, la Spagna subirono l'influenza musulmana) e nell'Europa occidentale, sostituendosi al paganesimo classico e alle religioni dei popoli barbari. Mentre decadevano i vincoli politici e si moltiplicavano le divisioni, in Europa si affermava come unico legame di vasto respiro la coscienza di appartenere alla medesima fede. 

L'Occidente, che non è una comunità politica, si configura come "cristianità", come comunità di credenti.

 

Ciò testimonia che l'opera di evangelizzazione attuata dalla Chiesa a partire dal I° sec. d.C. aveva conquistato le menti e le anime degli uomini. Il cristianesimo dopo il 380 (Editto di Tessalonica) si era imposto su ogni altra religione, questa vittoria può essere spiegata anche tenendo conto del contesto storico: alle condizioni apocalittiche della crisi del mondo antico il messaggio cristiano offriva la speranza e la consolazione di un premio eterno. Inoltre gli ecclesiastici in quei secoli costituirono l'unico gruppo sociale alfabetizzato e depositario della cultura e del sapere, per cui la visione del mondo offerta dalla Chiesa romana divenne egemone sulla maggioranza della popolazione incolta.

 

La religiosità non era, però, uniforme: mentre l'alto clero era dotto e quindi poteva leggere le Sacre Scritture e conosceva la teologia, il basso clero era scarsamente istruito o molto spesso analfabeta. Essendo però il basso clero, pur intellettualmente e moralmente inferiore al suo compito, a diretto contatto con le masse, il cristianesimo finì per penetrare tra i fedeli, in modo imperfetto, tanto che essi avevano quasi tutti una conoscenza sommaria delle verità di fede e la loro vita religiosa si nutriva anche di un'infinità di pratiche magico-supestiziose, sopravvissute dal tempo pagano.

Essere cristiani non significava allora alla lettera avere la stessa fede, credere cioè alle stesse cose, ma piuttosto partecipare alla medesima atmosfera mentale, condividere la stessa visione del mondo. Dunque l'elemento che accomuna tutti gli uomini del Medio Evo è la religiosità, tanto che Marc Bloch, uno storico francese, li definì un "popolo di credenti". 

“Popolo di credenti, si dice volentieri, per caratterizzare l’atteggiamento religioso dell’Europa feudale. Se si intende dire così che qualsiasi concezione del mondo da cui fosse escluso il soprannaturale restava profondamente  estranea agli spiriti di quell’epoca;  che, più precisamente,  la loro visione dei destini dell’uomo e dell’universo si inscriveva quasi unicamente nel disegno tracciato dalla teologia e dall’escatologia cristiana, nelle loro forme occidentali, nulla di più esatto.”         (M. Bloch, La società feudale, 1949 Einaudi,  p.100)   

  Tipica di tutto il Medio Evo è una visione metafisica del mondo. "Tutto è permeato dalla religione" (Hauser) .

L'uomo del Medio Evo, quindi, avvertiva profondamente il rapporto col soprannaturale per cui il mondo sensibile-visibile era permeato di spirituale ed era sempre posto a confronto con quello invisibile, anzi il mondo terreno era considerato il segno e il riflesso del mondo spirituale. I confini tra il sogno e la realtà erano molto sfumati: visioni, miracoli e apparizioni erano fenomeni comuni con cui quegli uomini convivevano quotidianamente.

Dice infatti Bloch: " Agli occhi di tutte le persone il mondo sensibile non appariva più che una specie di MASCHERA, dietro la quale avvenivano tutte le cose veramente importanti oppure come un linguaggio destinato ad esprimere per mezzo di segni una realtà più profonda". La verità ultima è solo in Dio e l'uomo su questa terra può solo avvicinarsi ad essa, coglierne un'ombra o un riflesso, mai afferrarla interamente. Come già San Paolo scrive nella I° Lettera ai Corinzi:" Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad facies” (Ora -sulla terra- vediamo come in uno specchio, in forma oscura; allora (nella vita eterna) vedremo faccia a faccia; 13,12). 

L’intera natura appare come un libro scritto da Dio, che manifesta attraverso i fenomeni e le creature sensibili i segni della sua volontà .

   “ OMNIS MUNDI CREATURA

      QUASI LIBER ET PICTURA

      NOBIS EST IN SPECULUM

     NOSTRI STATUS, NOSTRAE SORTIS

     FIDELE SIGNACULUM

 

       NOSTRUM STATUM PINGIT ROSA

       NOSTRI STATUS DECENS GLOSA

       NOSTAE VITAE LECTIO :                          

      QUAE DUM PRIMO MANE FLORET

       DEFLORATUS FLOS EFFLORET

       VESPERTINO SENIO

 (Alano di Lilla)

 I simboli che qui sono oscuri e lasciano intravedere solo nebulosamente il loro significato, diverranno chiari quando avremo la visione diretta di Dio, che è la verità suprema, la fonte di tutti i significati.

 

Come osserva Umberto Eco, "l'uomo medievale viveva effettivamente in un mondo popolato di significati, rimandi, sovrasensi, manifestazioni di Dio nelle cose, in una natura (...) in cui un leone non era solo un leone, una noce non era solo una noce, un ippogrifo era reale come un leone perché come quello era segno, esistenzialmente trascurabile di una verità superiore. 1,1

Questa "eccezionale sensibilità alle pretese manifestazioni soprannaturali suscitava negli animi una costante e quasi morbosa attenzione a qualsiasi specie di segni, sogni, allucinazioni". (M. Bloch, L'età feudale, Einaudi 1949, p. 91)

C'era una costante e morbosa attenzione a qualsiasi specie di segni, sogni e allucinazioni che portavano nel mondo materiale ed umano significati e messaggi del mondo spirituale e divino. In sostanza c'era un collegamento continuo tra il mondo terreno e quello celeste, divino. (Ad esempio sulle carte geografiche dell'epoca compariva il Paradiso Terrestre).

Poiché l'universo visibile era considerato un insieme di segni e una mera apparenza gli uomini medievali provavano scarso interesse per l'osservazione a vantaggio della interpretazione (decifrazione). In ogni evento naturale o storico essi vedevano la manifestazione talora oscura ed enigmatica, di presenze invisibili, buone o malvagie, e divine, per cui vi ricercavano il significato spirituale (sacrale, trascendente) o per meglio dire mistico. E' questo un atteggiamento non-scientifico, da cui derivava anche una condizione di passività, di paura nei confronti della natura e di disinteresse per l'opera di trasformazione e di dominio della stessa. L'ordine del creato in quanto provvidenziale e voluto da Dio, è ritenuto perfetto e immutabile.

Nella mentalità comune quindi non vi è quell'impulso a trasformare, a rinnovare continuamente istituzioni, rapporti sociali, modi di produzione, idee che caratterizza il nostro mondo moderno. In conseguenza di questa visione statica, non vi era neppure la curiosità a esplorare l'ignoto, a conoscere ciò che è aldilà del conosciuto, si riteneva che la verità fosse data una volta per tutte, consegnata definitivamente alla rivelazione delle Sacre Scriture e all'auctoritas dei grandi pensatori. (Teologi cristiani o filosofi antichi)

La natura nel Medio Evo era molto diversa da oggi: l'Europa era ricoperta di foreste, che rappresentavano il luogo della caccia, della raccolta dei prodotti con cui integrare gli scarsi frutti dell'agricoltura, ma nel contempo era un luogo pieno di pericoli (lupi, briganti, eventi soprannaturali) che incutevano terrore. Diversi erano i boschi attraversati da sentieri, popolati da mandrie di bestie domestiche, da pastori, boscaioli, contadini...

La natura era dunque una "foresta di simboli", da decifrare. Era il teatro in cui si scontravano le forze occulte, gli esseri buoni (gli angeli, responsabili dei fenomeni positivi) e gli esseri malvagi ( i diavoli, responsabili delle disgrazie).

Questa visione magico-simbolica dello spazio, tipica della mentalità religiosa popolare, si incontra, a livello di cultura dotta, con una concezione metafisica e teologica ben visibile nelle rappresentazioni dello SPAZIO COSMICO: Dio si identifica con lo spazio assoluto contenente i vari corpi e l’universo, retto da Dio, è stratificato  in vari livelli gerarchici attraverso cui l’Essere fluisce fino agli strati inferiori dei fenomeni fisici sempre più imperfetti. Il mondo empirico, come appare all’uomo, è privo di  vera realtà, perciò non interessa, essendo concepito in modo astratto, religioso, simbolico; la natura infatti non è mai  oggetto di rappresentazione nell’arte e nella letteratura.

L'uomo medievale era però molto più vicino di noi alla natura, allora molto meno addomesticata; infatti, egli subisce in questo periodo una forte pressione da parte dell’ambiente, essendo alla mercé di una natura che lo soverchia, con la quale ha un rapporto diretto e non mediato dalla tecnologia. Le condizioni materiali, soprattutto l’interruzione dei collegamenti  con la conseguente perdita stessa delle conoscenze geografiche dell’antichità riducono lo spazio all’ottica ristretta dell’esistenza quotidiana.

Ciò si manifestava, ad esempio, nel fatto che lo spazio geografico e il territorio non erano mai concepiti con esattezza, sulla base di criteri fissi ed astratti (ad esempio il sistema metrico decimale), piuttosto con l'esperienza sensibile: per misurare un campo si faceva riferimento alle parti del corpo (braccio, palmo, pollice) o al tempo che occorreva per ararlo o anche alla quantità di semenza necessaria per seminarlo: per indicare una determinata zona si faceva riferimento ai suoi elementi naturali (piante, fiumi, boschi, coltivi).

Quindi i luoghi colpivano gli uomini medievali più che per il loro reale aspetto, per ciò che simboleggiavano: le foreste erano immagine delle tenebre e del male, il mare rimandava al mondo e alle sue tentazioni, la strada diventava simbolo del pellegrinaggio. L'orizzonte geografico è comunque un orizzonte spirituale, quello della cristianità, quindi ciò che è altro è negativo, lo straniero è sempre sospetto, porta con sé minacce, insidie, malanni. Non esiste il concetto di tolleranza delle altre convinzioni, tale concetto si affermerà solo nell'Umanesimo.

Nonostante ciò vi è una mobilità sconcertante, sulle strade si incontrano contadini, chierici, studenti, vagabondi e pellegrini. Inoltre poiché nella mentalità medievale non vi era una netta separazione geografica tra terra e cielo, frequenti erano le esperienze di viaggi nell'aldilà. (cfr. Divina Commedia).

Lo stesso atteggiamento di non-precisione, non-scientificità è riscontrabile nella concezione del TEMPO. Anche sotto questo profilo il mondo naturale non era separabile da quello celeste, perciò non è misurato, né è misurabile, appartenendo unicamente a Dio; a dare una visione unitaria del tempo contribuisce però la Bibbia che lo concepisce “sub specie aeternitatis”, per cui non si fa distinzione tra tempo individuale, tempo della storia e tempo della natura.

  Le Goff definisce il tempo nella concezione medievale come escatologico, (dal greco escaton, cioè ultimo, quindi riguardante gli ultimi tempi) cioè il tempo terreno è considerato solo un FRAMMENTO DELL'ETERNITA' e la Storia è orientata da Dio e da lui ordinata secondo tre tempi sacri, tre atti divini: la creazione, l'incarnazione e il giudizio finale (con il Giudizio universale il mondo avrebbe avuto conclusione). Il tempo è dunque lineare e conduce all'eternità, ma attraverso un declino, che inesorabilmente condurrà al "DIES IRAE"; san Cipriano compose verso il 250 una lista di sciagure con cui intendeva offrire la prova scientifica che le profezie sia cristiane, sia pagane hanno cominciato inesorabilmente a prendere corpo: "Il mondo invecchiato non ha più lo stesso vigore ... l'inverno non ha più sufficienti piogge per nutrire sementi, né l'estate abbastanza sole per maturare le messi ..., le montagne sventrate danno  meno marmo, le miniere spossate meno oro ed argento ... i campi mancano di coltivatori, il mare di marinai, gli accampamenti di soldati ..., non c'è più giustizia nei giudizi, non c'è competenza nei mestieri, né disciplina nei costumi ..., l'epidemia decima il genere umano, il giorno del Giudizio s' avvicina".  Con  il concetto di "mundus senescit" di Cipriano, il "fatale sesto millennio dopo la Creazione s'approssima alla fine e l'impressione, esasperandosi ad ogni nuova invasione, precisandosi ad ogni carestia crea la psicosi dell'Anticristo, che la gente ravvisa in ogni grande malfattore. (R.S. Lopez, La nascita dell'Europa, 1980 Einaudi p. 9)

Quindi la concezione della storia è priva dell'idea di progresso. Essa era sottoposta ad un appiattimento, perché mancava la prospettiva storica: ad esempio i crociati in Palestina pensano che gli abitanti siano gli stessi ad aver ucciso Cristo; le conseguenze di questo processo nella cultura sono evidenti  anche nel rapporto con i classici

Il mondo di apparenze era considerato transitorio e, poiché il contesto era catastrofico, l'Apocalisse era ritenuta imminente, anche sulla base di un versetto dello stesso libro di S. Giovanni, in cui era scritto:"Quando mille anni saranno consumati...". Era tuttavia controversa la datazione dello scadere del mondo, perché non si sapeva con esattezza se il computo di mille anni dovesse partire dalla nascita o dalla morte di Cristo; la prima interpretazione sembra sia stata la più diffusa, ma la difficoltà di stabilire con precisione e uniformità in tutta Europa l'inizio dell'anno mille fece slittare il terribile momento in un lasso di tempo compreso tra il 25 marzo 999 e il 31 marzo 1000.

Oltre al tempo lineare della Storia vi è il tempo ciclico liturgico e naturale

“Quegli uomini, sottoposti intorno a loro e in se stessi a tante forze spontanee, vivevano in un mondo il cui svolgimento sfuggiva tanto più dalle loro mani in quanto erano incapaci di misurarlo. Gli orologi ad acqua, costosi ed ingombranti, non esistevano che in pochissimi esemplari. Quelli a sabbia pare fossero d’uso mediocremente corrente. Evidente era l’imperfezione delle meridiane ...”.           (M. Bloch   La società feudale , 1949 Einaudi,  p. 91)

Per misurare il tempo quotidiano gli uomini del Medio Evo disponevano di un'attrezzatura piuttosto rudimentale: meridiane, clessidre, candele, campane, per cui lo scorrere delle ore non era scandito con regolarità e uniformità, ma in modo approssimativo. Per le scansioni cronologiche più ampie facevano riferimento al tempo agricolo o della natura (giorno, notte, stagioni) e al tempo liturgico (la preghiera delle Ore, le grandi festività, le feste dei Santi). 

In conclusione lo storico Duby ben riassume le condizioni di vita dell'uomo medievale, quando afferma:" Il ritmo della vita segue quello delle stagioni. L 'inverno è un lungo sonno, i giorni sono corti, non c'è l'illuminazione e, per risparmiare le scarse riserve di cibo, uomini e animali si assopiscono, in mezzo la grande vampata del Natale, il sacrificio del maiale e le scorpacciate di salumi. La primavera arriva come una liberazione (...). Poi viene la fervida estate, in cui ognuno inaridisce di lavoro e di stanchezza. Una tale esistenza in cui il tempo non si misura (per il suo valore variabile), è molto animalesca per l'asservimento ai cicli cosmici”.

A livello più quotidiano la notte è gravida di minacce e di pericoli, soprattutto soprannaturali. Spesso notte e foreste sono confuse insieme nelle angosce medievali, al contrario tutto ciò che è chiaro è bello e buono. Infine, il tempo, se non è che un "frammento dell'eternità", appartiene solo a Dio, perciò può essere solo vissuto e non misurato né usato per trarne vantaggi materiali.

Domina negli uomini medievali il sentimento dell'insicurezza che derivava dalle violenze giornaliere, dalle epidemie, diffondendo negli animi un senso di catastrofe imminente, di attesa del giudizio universale. Quindi l'ossessione della salvezza e la paura dell'inferno sono due dei grandi fatti sociali del tempo e permette di comprendere la sconcertante capacità di rinuncia al potere e ai beni terreni che mostrano molti uomini dell'Alto medio evo, quando non era infrequente il caso di nobili, re e regine che, abbandonando tutto, alla fine della vita si ritiravano a condurre un'esistenza di preghiera e ascesi nei monasteri.

Altro elemento indispensabile per comprendere la mentalità medievale era la concezione cristiana della vita fondata su una visione dualistica: nel mondo era in atto un'incessante battaglia tra il 'Bene' e il 'Male', tra Satana e Dio. In questo scontro, che assumeva la vera e propria caratteristica di una lotta per il controllo del Creato, gli uomini non potevano restare neutrali: ciascuno doveva fare la sua scelta senza compromessi, o con Dio o con Satana. Secondo la teologia cristiana Satana non era certo una potenza uguale a Dio, ma solamente un angelo ribelle e caduto; tuttavia per la sensibilità dell'epoca il diavolo assumeva spesso il ruolo di una grande divinità, antagonista del dio buono. Nella vita di tutti i giorni satana appariva sotto mille travestimenti. Per combattere il diavolo e le forze del male si faceva ricorso, quando le preghiere non bastavano, ad alcuni uomini di chiesa specializzati, gli esorcisti, e ci si appellava anche al potere superiore del Santi, preziosi intermediari tra Dio e l'umanità aggredita.

Infatti durante l'età medievale era molto sentito il culto dei santi e delle loro reliquie, che si pensava fossero dotate di grande potere protettivo e taumaturgico; a ognuno di loro veniva attribuita una particolare funzione, per cui si può parlare di una crescente specializzazione dei santi.

La mentalità medievale tende quindi a vedere il mondo secondo uno schema binario, dominato da grandi opposizioni e il dualismo, fondato sul conflitto tra il bene e il male, si rifletteva anche sulla concezione dell'uomo, che si sentiva combattuto tra la spiritualità (l'anima perfetta, eterna, capace di compiere il bene e di sfuggire al male) e la materialità (il corpo, transitorio, imperfetto, sottomesso all'azione e all'influenza demoniaca). E' questa una concezione pessimistica dell'uomo in quanto esso è considerato prevalentemente un peccatore, che porta in sé la macchia del peccato originale e che senza l'aiuto di Dio (la grazia) sarebbe destinato alla dannazione eterna. 

Influenzato dall’ideologia monastica, questo pessimismo pone le basi per un secolare disprezzo verso il corpo, considerato un  “abominevole rivestimento dell’anima” e l’ostacolo per eccellenza della salvezza dell’anima; se poi si tratta di un corpo femminile, esso diventa doppiamente diabolico. Il disprezzo del corpo rivela una condanna della fisicità in se stessa, da cui deriva l’incomprensione della componente naturale dell’uomo, con la conseguente emarginazione della donna e demonizzazione della sessualità, considerati troppo vicini alla natura.

Domina quindi una concezione drammatica del rapporto tra anima e corpo, il quale perciò va controllato, represso, subordinato alle esigenze dell’anima, che, per salvarsi, distaccandosi dalle vane apparenze e dai falsi beni e rinunciando ai piaceri, doveva mortificare la carne, da cui scaturisce il desiderio; la penitenza  spesso è una pena corporale (digiuno, punizioni), cui si aggiungono la meditazione sulla morte  e  la preghiera. E’ questo l’atteggiamento ASCETICO (dal greco “askesis” = esercizio nel senso appunto di esercizio di rinuncia che fortifica lo spirito contro il peccato). La visione ascetica ritiene la vita un cumulo di miserie, sofferenze e brutture disgustose; nonostante ciò sentita come un momento inconsistente e passeggero, dominato dalla presenza incombente della morte. Questo atteggiamento trova espressione in tante opere di ispirazione religiosa, la più tipica delle quali è il “DE CONTEMPTU MUNDI” di Lotario dei Segni (il futuro papa Innocenzo III 1198-1216). Alla vita attiva nel mondo, a contatto con  le tentazioni della ricchezza, dei piaceri, delle ambizioni e del potere, viene anteposta la contemplazione della verità eterna, resa possibile attraverso l’esercizio della rinuncia o processo di ascesi, con cui l’uomo si distacca da sé, dimenticando il proprio corpo, fino ad “annegare” nell’infinità di Dio; l’anima può così gustare un’anticipazione della beatitudine eterna. Questo atteggiamento viene definito MISTICISMO (dal greco ”mystes” = colui che è iniziato ai misteri sacri).

La spiritualità medioevale perciò tende a considerare la vita dell'uomo sulla terra veniva considerata come un viaggio transitorio ("homo viator") e immaginata come un pellegrinaggio, un viaggio verso l'eternità e quindi un'occasione per espiare il peccato mediante pratiche di penitenza e mortificazione del corpo.

L'esistenza terrena era perciò subordinata a quella oltremondana e l'ideale umano era il santo, colui che progressivamente riusciva a distaccarsi dalla materialità e dalle necessità corporali per conformare la sua vita ai valori spirituali (preghiera, carità, umiltà) in un processo di ascesi.

In sostanza la società medievale è caratterizzata dal teocentrismo, l'uomo è inserito in una dimensione verticale, tendente a Dio. L'uomo del Medio evo era un pellegrino, penitente, ossessionato dal peccato e dall'Apocalisse.

 In realtà non bisogna trascurare un altro aspetto della mentalità medievale e cioè la cultura popolare carnevalesca. Bachtin infatti afferma: "I divertimenti di tipo carnevalesco e le azioni o i riti comici ad essi collegati, avevano un ruolo enorme nella vita dell'uomo del Medio Evo. Oltre al carnevale (...) si celebrava la 'festa dei folli' e la 'festa dell'asino'; ed esisteva anche uno speciale 'riso pasquale' libero, consacrato dalla tradizione. Inoltre, quasi tutte le feste religiose avevano un loro aspetto comico, pubblico e popolare, anch'esso consacrato dalla tradizione. (...) L 'atmosfera carnevalesca (..) regnava egualmente in alcune feste agricole, come la vendemmia. che era celebrata anche in città. Il riso accompagnava anche le cerimonie e i riti civili della vita di ogni giorno: buffoni e stolti vi partecipavano sempre e parodia vano tutti i diversi momenti del cerimoniale serio. (...) Tutte queste forme, organizzate sul principio del riso, (...) sembravano aver edificato accanto al mondo ufficiale un secondo mondo e una seconda vita, di cui erano partecipi, in misura più o meno grande, tutti gli uomini del Medio Evo e in essi vivevano in corrispondenza con alcune date particolari. Tutto ciò aveva creato un particolare dualismo del mondo. (...)"

L'elemento del riso è caratteristico di tutte le culture, sin da quelle primitive, e si manifesta soprattutto nel momento della festa. Nel Medio Evo tali feste erano totalmente prive di carattere religioso, anzi talvolta erano una parodia del culto religioso, i loro elementi caratteristici erano: la materialità, la presenza del buffone e dello stolto. 

Esse si contrappongono alle feste ufficiali che sempre legittimano i valori tradizionali, rappresentano la realtà quotidiana e sanciscono il regime esistente. Il carnevale, invece, era secondo Bachtin: "il trionfo di una sorta di liberazione temporanea dalla verità dominante e dal regime esistente, l'abolizione provvisoria di tutti i rapporti gerarchici, dei privilegi, delle regole e dei tabù. In sostanza esso rappresenta il mondo alla rovescia, il momento del rinnovamento e della rinascita in contrapposizione alla morte e alla corruzione. 

Ultimo elemento della mentalità medievale da considerare è il fatto che tutti gli uomini, siano essi colti o ignoranti, partecipano di un sapere che potremmo definire sapere fantastico, in cui sono mescolati dati reali, leggende, pure invenzioni che costituiscono un universo coerente, ma immaginario.