Demografia e paesaggio

« Fra le rovine delle grandi città, soltanto gruppi sparsi di povere popolazioni, testimoni delle calamità passate, attestano ancora per noi i nomi di un tempo» scriveva Orosio, uno storico spagnolo, seguace di sant'Agostino, all'inizio del V secolo. Oltre a esprimere angoscia e desolazione, la sua testimonianza sottolinea due fatti capitali: la riduzione del numero degli uomini e la decadenza urbana. Sia l'involuzione economica e sociale, sia la violenza degli invasori allontanano infatti sempre più le popolazioni dalle città. La terra diventa l'unica fonte, o quasi, di sussistenza, di ricchezza e di potere. 

Fenomeno primordiale, il ripiegamento della civiltà sulle campagne corre parallelo al calo della popolazione. Le regioni mediterranee rimangono ancora fra le più abitate, ma lo spopolamento del continente europeo appare comunque generalizzato, mentre l'Oriente è in pieno sviluppo demografico. Guerre civili e disordini politici, invasioni, stragi, carestie, flagelli e calamità naturali (incendi, inondazioni, terremoti), nonché esodi in massa che lasciano vuoti non più colmati hanno fortemente accresciuto il tasso di mortalità, specialmente infantile, e diminuito ancora di più la durata media della vita, che oscilla tra i venti e i trent'anni. In questo mondo indebolito, di uomini malati, quando non proprio minorati, impoveriti e sottoalimentati anche in tempi normali, nuovi germi patogeni sopraggiungono per completare l'opera di disfacimento.  

 

A partire dal 543, e per più di mezzo secolo, la peste nera, venuta dall'Oriente bizantino, infierisce nella penisola italica, in quella iberica e in gran parte della Gallia. Alla peste si associa il vaiolo e questo ciclo di morte evolve a grandi ondate per tutto il tragico VII secolo, epoca in cui la demografia occidentale avrebbe toccato il fondo dell'abisso dove era scivolata, proseguendo anche nel secolo seguente. 

 

 

La moria colpisce duramente tutte le regioni che circondano il Mediterraneo e preserva, forse, solo la periferia settentrionale del vecchio impero: l'Occidente barbarico, proprio quell'area, cioè, verso la quale tende a poco a poco a spostarsi il potere effettivo.

Secondo alcuni calcoli, peraltro molto controversi, tra il III e il VII secolo la popolazione occidentale sarebbe diminuita di oltre la metà, scendendo sotto la soglia dei 3 milioni. Ma se gli uomini sono pochi, molto è lo spazio vuoto. Le stime sulla densità della popolazione nel VI secolo parlano di 5,5 abitanti per kmq in Gallia, 2,2 in Germania, 2 in Inghilterra. Le terre disertate per mancanza di manodopera si moltiplicano, in Gallia come in Spagna. Lungo la frontiera renana o danubiana molte sono le proprietà evacuate in seguito alle devastazioni belliche. Lo scompaginamento della struttura amministrativa limita d'altra parte la capacità d'intervento dei sovrani barbari, che diminuiscono i servizi erogati alle popolazioni.

La costruzione delle strade e le opere di bonifica, di irrigazione e di drenaggio dei terreni non vengono più finanziate. Non tutte le regioni sono colpite in uguale misura dall'esaurimento del suolo e dalle malattie endemiche, ma l'eccesso di terra rispetto alla popolazione favorisce ovunque un ritorno all'agricoltura estensiva e, nelle zone più direttamente germanizzate, un passaggio dall'agricoltura alla pastorizia.

L'ordinata scacchiera dei campi coltivati si spezza così a vantaggio del saltus, cioè del pascolo brado. Le paludi, dove si installa tenacemente la malaria, si estendono a vista d'occhio in tutta l'area mediterranea. La foresta riconquista rapidamente sull'uomo gran parte del territorio che aveva perso un tempo a favore delle coltivazioni, con il risultato di una considerevole crescita del proprio ruolo economico (si pensi all'importanza della caccia e del legname).

Diventato un materiale essenziale, il legno sostituisce a poco a poco la pietra, che gli uomini non sono quasi più in grado di estrarre, trasportare e lavorare. Allo stesso modo scompare I'arte del vetro, che sopravvive solo nei grossolani prodotti fabbricati vicino a Colonia, nelle capanne delle foreste. In generale si assiste a un netto regresso tecnologico, che lascerà l'Occidente medievale a lungo impoverito. L'unica eccezione di rilievo è rappresentata dall'artigianato e dall'« industria » metallurgica, attività nelle quali i barbari dimostrano particolari competenze. Sono loro, infatti, a introdurre l'uso della spada lunga, che dominerà per tutto il Medioevo.

Nel tramonto della prosperità romana, la strada è la prima vittima. Ci vollero ovviamente secoli prima che l'intero sistema di strade maestre lasciato dai Romani diventasse impraticabile; la via medievale, che materialmente sarà piuttosto un «passaggio », nascerà più tardi. Sul finire del VI secolo o all'inizio di quello successivo, fra i « deserti » che la strada terrestre non riesce più ad attraversare, le principali vie di comunicazione restano quelle naturali, cioè le vie d'acqua, i corsi navigabili. Così, attraverso il Rodano, la Saona, la Mosella e la Mosa, il Mediterraneo rimane collegato con la Manica e il Mare del Nord. Nella seconda metà del VII secolo anche il litorale fra la Senna e il Reno comincia a diventare un luogo privilegiato per il passaggio delle merci e degli uomini, soprattutto dei pellegrini verso Roma. Un po' ovunque, pirati e briganti rendono comunque insicuri i viaggi.

 Il commercio di massa si fonda ormai su qualche prodotto di prima necessità, come il sale, ma soprattutto su beni divenuti quasi di lusso, come l'olio e il vino. Rimane, certo in vita la figura del negotiator, ma il commerciante di professione diventa un semplice intermediario, che per soprvvivere si dedica al traffico a corto raggio e al commercio del denaro. Negli scambi commerciali a lunga distanza sono invece attive piccole minoranze di mercanti orientali, che si stabiliscono in seno a quel che resta delle grandi città. Di solito vengono chiamati siri, ma si tratta per lo più di ebrei, levantini e greci.

 Fra il V e l'VIII secolo, il sistema monetario tardo romano, già fortemente indebolito, si decompone quasi interamente. Il moltiplicarsi delle zecche, lungi dall'essere la spia di una vivace vita commerciale, sottolinea il debole raggio di diffusione della moneta, che si deve in qualche modo produrre sul posto, come gli altri oggetti indispensabili a una vita economica frammentaria.

 In definitiva i barbari hanno trasformato un declino in un regresso, amalgamando una triplice barbarie: la loro, quella del mondo romano decrepito e quella delle vecchie forze primitive liberate dalla dissoluzione della patina greco­romana. Comunque sia, l'impasto tra le popolazioni di recente o di antico stanziamento dà vita a una nuova civiltà: quella romano-germanica. Ad assicurarne la coesione contribuisce l'esistenza di una nuova forza in ascesa: la Chiesa cattolica, la quale riesce a far entrare veramente in contatto le due comunità, specie ai suoi vertici, e a facilitarne la fusione, conservando a ognuna la sua originalità. Sul piano religioso, infatti, l'evento più rilevante del IV secolo è costituito dall'Editto di Costantino (313) e dal successivo riconoscimento, da parte di Teodosio (380), del cristianesimo come religione ufficiale dell'impero. Radicandosi, il cristianesimo informa di sé quasi tutti gli aspetti della vita quotidiana: quelli propriamente religiosi, ma anche quelli economici, sociali e politici. Di fronte ai principi laici i nuovi potenti sono ora i vescovi e gli abati. Se la vita economica declina e si ruralizza, la vita intellettuale e artistica si inaridisce, ma si salva grazie all'opera paziente dei monaci.

 Con la cristianizzazione dell'impero sorge lentamente una civiltà dai contorni sempre più nettamente definiti dal credo religioso. 

L'equilibrio sociale, già trasformato sul piano etnico dalle invasioni, cambia a vantaggio delle istituzioni ecclesiastiche. Se l'iniziativa politica passa sempre più nelle mani della Chiesa, la sua autorità, tuttavia, rimane a lungo di carattere soprattutto morale. 

 

Le condizioni apocalittiche

nei racconti di Rodolfo il Glabro

In quello stesso tempo si verificò in tutto l'occidente una grandissima carestia che durò cinque anni: non vi fu regione in cui non regnasse la miseria e non mancasse il pane. molta gente morì consumata dall'inedia. allora in molti paesi per la fame atroce si arrivò al punto di cibarsi non solo della carne di animali immondi e di rettili, ma addirittura di carne umana di uomini, donne e bambini, e non vi fu alcun vincolo di parentela che potesse impedirlo. la crudeltà della fame era arrivata a un punto tale che i figli già adulti divoravano le carni delle madri e queste quelle dei bambini più piccoli, senza più alcun sentimento di amore materno.

(da Storie dell'anno mille, p.91)

 

 

Durante il regno di Roberto II, una sera di settembre, sul far della notte, verso occidente comparve in cielo una stella cometa che fu visibile per tre mesi. splendente di luce limpidissima, occupava con il suo chiarore gran parte del cielo, fino al canto del gallo, quando tramontava. Quanto a sapere se fosse una stella nuova fatta apparire da Dio o se invece si trattasse di un astro la cui luminosità il creatore aveva molto accresciuto per mostrare un segno miracoloso, questo spetta solo a Colui che con la sua sapienza dispone ogni cosa in modo imperscrutabile. Di questo, però, abbiamo certezza: che ogni volta che gli uomini vedono comparire nel cielo un simile fenomeno, poco dopo si abbatte su di loro qualche straordinaria e spaventosa disgrazia.

(da Storie dell'anno mille, p.104)

 

La CONDIZIONE CATASTROFICA in cui versava l'Europa intorno all'anno Mille è legata alla presenza di quattro condizioni:

1. lo SPOPOLAMENTO, come appare dai grafici seguenti

2. la penuria di beni, come appare dal brano di Rodolfo il Glabro sugli effetti della carestia;

3. la rottura delle COMUNICAZIONI;

4. la RURALIZZAZIONE e la decadenza delle città

Il regresso demografico, manifestatosi già in età tardo imperiale, proseguì accentuandosi nel VI secolo per il concorso di fattori concomitanti e interagenti, che spingevano in alto i tassi di mortalità: invasioni guerre, devastazioni., carestie, calamità naturali, epidemie di vario genere.   In particolare la peste colpì ripetutamente l’Occidente nel corso del VI e ancora nel VII e VIII, anche se in misura minore: Questa malattia, che aveva già flagellato l’Impero romano nel 161, al tempo dell’invasione dei Parti con Marco Aurelio, fu segnalata per la prima volta a Costantinopoli  nel 542 e fu perciò ricordata come la “peste di Giustiniano”. Giunta attraverso le rotte commerciali del Mediterraneo e dell’Adriatico, colpì l’Illirico, la Gallia Meridionale, la Spagna orientale,  lambì la Germania e arrestò la sua diffusione laddove trovò insediamenti umani meno fitti.

“Gli uomini senza confronto meno numerosi sull’intera faccia dell’Europa di quanto non fossero non solo dopo il XVIII secolo, ma dopo il XII, erano anche  (…..) più rari che ai bei tempi dell’Impero. Persino nelle città - le più notevoli non oltrepassavano qualche migliaio di anime -  terreni vuoti,  giardini, persino campi e pascoli si insinuavano da ogni parte tra le case. Questa assenza di densità  era gravata da una distribuzione profondamente diseguale: le condizioni fisiche, le abitudini sociali contribuivano certo a mantenere nelle campagne variazioni profonde nei sistemi di abitazione: talora le famiglie (….) si erano stabilite piuttosto lontane le une dalle altre  (….. ), talaltra si ammassavano quasi tutte in villaggi.  (M. Bloch   La società feudale , 1949 Einaudi,  p. 77)

“Fra le rovine delle grandi città, soltanto gruppi sparsi di povere popolazioni, testimoni di calamità passate, attestano  ancora per noi i nomi di un tempo” scriveva nel V secolo Orosio, uno storico spagnolo seguace di Sant’Agostino, testimoniando la decadenza urbana.

Soprattutto in seguito alle minacce di attacchi dei barbari e alla disgregazione dell’ordine imperiale, le città, che già dal III secolo si erano circondate di mura, avevano ridotto la loro superficie e la popolazione ed è  improbabile che intorno alla metà del VII secolo esistesse ancora un abitato urbano “extra muros” , per cui rilevanti mutamenti riguardarono il paesaggio cittadino. Interi quartieri infatti vennero abbandonati, ridotti a rovine e macerie, vennero ricoperti da una bassa vegetazione selvaggia e furono  utilizzati come pascolo per le capre e le pecore; i materiali degli antichi edifici momunmentali divennero per secoli una fonte per costruire le case più modeste (ad esempio il Colosseo); in qualche caso le arene romane divennero delle piccole città fortificate piene di case, come Arles.

L’ordine di grandezza delle città era di 10-14 ettari, con un numero di abitanti fra i 2000 e i 10.000 abitanti, tranne che Roma che ancora che contava 25.000.

  

 Le funzioni della città romana erano effettivamente del tutto scomparse e i centri di attrazione politico – sociale si erano trasferiti in campagna, presso le ville, i monasteri, le grandi proprietà regie.

 

 

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