La cultura nell'alto medio evo

 

ALLEGORIA E SIMBOLISMO.

Per iniziare un discorso sulla cultura altomedioevale, bisogna tener presenti alcune osservazioni che Aron Ja. Gurevic fa nel suo libro "Le categorie della cultura medioevale". 

Egli afferma che: "... per studiare il Medio Evo, l'uso del principio della totalità è particolarmente indispensabile. I diversi settori dell'attività umana in quest'età non posseggono un 'proprio linguaggio professionale" (...). Nel Medio Evo esiste la matematica e, di conseguenza, il linguaggio dei simboli matematici. Ma tali simboli matematici sono nello stesso tempo simboli teologici, poiché la stessa matematica fu per lungo tempo 'aritmetica sacrale' e servì alle esigenze dell'interpretazione simbolica delle verità divine. Di conseguenza, il linguaggio della matematica non era autonomo. (...).

Il numero ad esempio non era usato per acquisire un sapere preciso, ma per istituire corrispondenze mistiche: Rodolfo il Glabro disegna un universo tutto fondato sulla "quaternità" infatti quattro sono i Vangeli, quattro gli elementi che costituiscono il mondo terreno (fuoco, terra, aria, acqua), quattro i punti cardinali, le stagioni e le virtù cardinali (giustizia, fortezza, prudenza, temperanza) ; quindi il numero quattro si riferisce al mondo terreno. Il numero tre invece è simbolo della Trinità e delle virtù teologali (fede, speranza, carità); il numero sette è posto in relazione ai peccati capitali, mentre il dieci è la perfezione.

Il trovatore provenzale canta l'amata, ma non trova, né evidentemente cerca, nessuna parola particolare, straordinaria per esprimere i propri sentimenti o descrivere la sua bellezza. Il sistema di concetti e la terminologia di cui si serve abitualmente è una terminologia giuridica, puramente feudale (...). Senza soffermarci più a lungo a illustrare questo concetto, sottolineiamo la straordinaria polisemia del linguaggio dell'uomo del Medio Evo (...). 

Quando la mentalità medioevale, infatti, si diffonde, determina conseguenze sulla cultura;  due fatti accaduti nel 529 sono momenti emblematici di una svolta epocale:

Da questo momento la produzione culturale diventa quasi esclusivo monopolio della Chiesa: gli intellettuali vengono dai ranghi ecclesiastici e i contenuti del sapere si aggirano intorno alle questioni di fede.

Infatti il tessuto culturale del  mondo latino venne distrutto nel contesto della disgregazione subita dalle strutture sociali nell’età tardo antica, soprattutto con le invasioni barbariche del V secolo. Con la scomparsa delle scuole pubbliche e la distruzione delle biblioteche, venne meno un sistema organizzato di istruzione e per alcuni secoli il numero di coloro che conservavano le tecniche della lettura e della scrittura rimase assai basso; dove ci fu scuola questa  fu ecclesiastica(o monastica o episcopale o parrocchiale), perché la Chiesa aveva bisogno di “quadri”  forniti di istruzione per la sua attività di apostolato. Gli uomini istruiti, quindi, erano quasi esclusivamente gli uomini di Chiesa, tanto che per tutto l’Alto Medio Evo il termine “CLERICUS” fu sinonimo di intellettuale.

Quando nell’ VIII secolo Carlo Magno rilancia un’iniziativa centrale per la scuola, elaborando un progetto politico con finalità anche politiche, delega il compito dell’istruzione ufficialmente al clero.

E’ questo il momento della RINASCITA CAROLINGIA, ottenuta grazie alla  SCHOLA PALATINA,  che promosse, sotto la direzione del monaco anglosassone Alcuino da York, una ripresa degli studi classici.

Fino a questo tentativo  si assiste al degrado della lingua latina scritta,  che si contamina con le varie parlate locali, imbastardendosi.

In tutto l’Alto M. Evo quindi, fino al XII secolo, la cultura che prevale largamente è quella orale e visiva.

Alla società “laica” la cultura poteva arrivare solo indirettamente attraverso la mediazione dei chierici soprattutto attraverso il potentissimo canale della predicazione, che veicolava cognizioni, principi morali e comportamentali. 

Per farsi intendere da un pubblico che non capiva il latino, i chierici dovevano predicare  nella lingua d’uso comune, il volgare, come  aveva prescritto il Concilio di Tours  sin dal 813, che aveva  imposto la traduzione della predicazione nella “lingua rustica”.

Era però anche veicolo di cultura l’immagine, attraverso le decorazioni delle chiese,  le sculture dei portali, delle facciate  o  dei capitelli, affreschi o mosaici. E’ questa la  BIBLIA PAUPERUM .

Fuori di questi luoghi erano scarse le possibilità della comunicazione della cultura. Occasioni favorevoli erano comunque le feste religiose, in cui non sempre era chiaro il confine fra residui pagani (romani o germanici) e i nuovi riti cristiani, e le fiere, in cui si incontravano coloro che barattavano prodotti artigianali e derrate agricole. In questi momenti di incontro la folla si riuniva intorno alla figura del  GIULLARE .

Anche gli esponenti del potere politico sanno quasi sempre leggere, ma quasi mai scrivere: lo stesso Carlo Magno sapeva solo, sembra, mettere la propria firma.

  

La scrittura  era praticata quasi esclusivamente dal clero e si esercitava soprattutto negli “scriptoria” dei monasteri, dove gli AMANUENSI  copiavano sui CODICI i testi del passato e del presente; con un tale sistema, però,  potevano essere prodotte pochissime copie, perciò il libro, anche a causa dell’alto costo del materiale (pergamena e colori), era un oggetto raro e prezioso dalla circolazione limitata e difficile. Il suo valore era arricchito da immagini colorate, le MINIATURE

opera di altri monaci (alluminatori, rubricatori) che erano squisiti artisti. Spesso i copisti non possedevano una cultura molto elevata: di qui la possibilità di errori nella trascrizione, dovuti a semplici sviste, oppure alla difficoltà di capire parole ed espressioni difficili, che inducevano l’amanuense ad apportare correzioni o integrazioni.  

Gli scriventi, infatti, non si limitavano a ricopiare un testo, ma potevano anche giustapporre o assemblare testi diversi (opera dei COMPILATORI ), oppure potevano postillare e spiegare i testi (opera dei COMMENTATORI ),  mediante spiegazioni racchiuse in un tratto a penna, per il fatto che queste erano simili a una lingua, venivano chiamate  GLOSSE  ( dal greco “glossa” glossa  = lingua ). Il testo, quindi, tranne la Sacra Scrittura, era qualcosa di “aperto”, proprietà di tutti, che poteva sempre essere modificato e arricchito.

Non c’era infatti la nozione di “autore” di un testo, che invece era ritenuto un’entità collettiva , poiché l’individualità di chi aveva concepito e steso l’opera era poco importante;  la parola “AUCTOR”  era piuttosto il sinonimo di ”AUCTORITAS”  per tanto designava il concetto di fonte assoluta di ogni verità e autorità. Produrre cultura significava, perciò, sempre riprodurre un’auctoritas, consacrata dalla tradizione, che poteva essere costituita dall’Antico o dal Nuovo Testamento, dai Padri della Chiesa o dagli scrittori classici.

L’uomo dotto non è uno specialista in un determinato campo, ma tende a possedere tutto lo scibile, sorretto soprattutto dalla visione del mondo, che si fonda sull’idea dell’ordine unitario dell’universo; il saper deve comprendere tutta la realtà attraverso l’ENCICLOPEDISMO,  che  cerca di sistemare  tutta la cultura in un ordine che rispecchi quello del mondo. Il carattere enciclopedico è tipico di molte opere medioevali, ad esempio  le “summae “ filosofiche e “La Divina Commedia” in cui Dante fonde conoscenze letterarie, filosofiche, astronomiche e astrologiche, mitologiche, storiche e geografiche, scientifiche. Siccome il principio cardine del pensiero medioevale è il teocentrismo, cioè tutto procede da Dio, tutti i settori del saper vengono subordinati alla scienza di DIO, la teologia.

A questo alto sapere si giunge dopo un lungo curriculum di studi, il cui fulcro erano le ARTI LIBERALI ( cioè degne dell’uomo libero, che non è obbligato al lavoro per vivere ), strutturate in:

ARTI DEL TRIVIO 

ARTI DEL QUADRIVIO

grammatica, retorica, dialettica, cioè le discipline delle conoscenze linguistico - letterarie e filosofiche aritmetica, geometria, astronomia, musica, cioè le discipline delle conoscenze di tipo scientifico

Dalla retorica antica il medioevo trae il principio della separazione degli stili.

Altro elemento fondamentale della cultura medioevale è il suo stretto rapporto con la tradizione. Come afferma la storica Regine Pérnoud: "Ogni volontà individuale viene ora a trovarsi limitata e determinata da quella che fu la grande forza dell'età feudale: la consuetudine. (...) Ossia l'insieme di usanze nate da fatti concreti e che derivano la loro autorità e potere dal tempo che le consacra; la sua dinamica è quella della tradizione". 

Infatti il senso di insicurezza tipico dell'epoca fa sì che l'uomo si appoggi a ciò che già conosce a delle prove: cioè o il miracolo, o il passato. Anche nei testi letterari e biblici, come l'Antico Testamento annuncia e fonda il Nuovo Testamento, così gli antichi giustificano i moderni. Nel Medio Evo il riferimento al passato è quasi d'obbligo perché innovare è peccato e le invenzioni sono immorali. Le Scritture e gli autori passati vengono usati attraverso citazioni, cioè attraverso frasi staccate dal loro contesto e spesso interpretate in modo arbitrario.

Nell'Alto Medio Evo le novità più evidenti della cultura stanno nella relazione tra l'eredità del paganesimo e l'apporto del cristianesimo.

Gli scrittori cristiani ebbero inizialmente un atteggiamento di rifiuto, tuttavia, poiché la tradizione greco-romana formava un patrimonio conoscitivo insostituibile, il cui possesso era necessario per la diffusione stessa del messaggio della Chiesa, sorse assai presto l'esigenza, contraddittoria, di giustificarne l'uso.

Due sono le posizioni prevalenti:

·    una, intransigente, teorizza l'abbandono delle lettura degli antichi in quanto pagani: apologisti e Tertulliano (autore cristiano latino dei primi secoli), S. Benedetto, Cesario di Arles, S. Gregorio Magno; 

·    un'altra, conciliante, che fa capo a S. Agostino, invece teorizza l'uso e la lettura dei testi pagani: S. Gerolamo, Boezio, Cassiodoro.

Questa linea prevale, ma la necessità di utilizzare gli strumenti intellettuali del mondo greco- romano e di calarli nelle forme cristiane (S. Agostino parla di ‘sacro furto') ha favorito abitudini mentali molto dannose:

·         la deformazione sistematica del pensiero altrui

·         il perpetuo anacronismo

·         la conoscenza del pensiero attraverso citazioni staccate dal loro contesto

Lo stesso fatto avvenne per la Bibbia, la sacra pagina è la base della cultura medioevale, ma il testo è reputato difficile ed è così ricco e misterioso che deve essere spiegato a livelli diversi, secondo i sensi che racchiude (letterale e spirituale). Rodolfo il Glabro presenta questo metodo applicato alla Bibbia.

Benché l’approccio ai classici proposto da sant’Agostino abbia promosso un discutibile processo di appropriazione – strumentalizzazione dell’eredità della cultura antica, tuttavia come dice E. R. Curtius “la forma in cui l’Antichità rivive nel Medio Evo è nello stesso tempo accettazione e trasformazione (...) e può assumere aspetti moto diversi: può significare impoverimento, imbarbarimento, contrazione, travisamento, ma può essere anche raccolta erudita (...) entusiastica identificazione sentimentale.   (...)  Il rapporto tra mondo antico e mondo moderno oggi non può essere inteso come “sopravvivenza”  o “continuazione”  o “eredità” del passato. Noi accettiamo la visione storica universale di Ernest Troeltsch: secondo tale concezione il nostro mondo europeo non si fonda né sull’accoglimento né sul distacco dall’Antichità, bensì sulla fusione totale, ed insieme cosciente, con essa. Il mondo europeo consiste di antico e di moderno.“

Perciò gli “umanisti cristiani”, cioè alcune grandi personalità vissute nei secoli fra la morte di Teodosio e l’avvento al potere di Carlo Magno: AGOSTINO, GIROLAMO, BOEZIO, CASSIODORO, ISIDORO DA SIVIGLIA, MARZIANO CAPPELLA, a giusta ragione vengono considerati  i “FONDATORI” del Medioevo latino.

 La lingua della cultura fino al XII  rimase il latino, la lingua ufficiale della Chiesa; esso conservava le strutture grammaticali del latino classico anche se con differenze di lessico e di sintassi, per cui viene designata MEDIOLATINO, vale a dire latino medioevale, per distinguerlo da quello classico.

  Legato al sapere fantastico di cui partecipavano tutti gli uomini del Medio Evo è il testo del Fisiologo.

Quale esempio di lettura allegorica di un testo può essere preso il primo canto della Commedia di Dante.

PRODUZIONE LETTERARIA E GENERI

Nell’Alto Medio Evo si scriveva poco e secondo criteri non unitari né stabili, infatti non esisteva una precisa codificazione dei generi, tuttavia le forme letterarie erano differenziate e si può tentarne una classificazione.

Dato il carattere profondamente religioso della cultura medioevale, il genere letterario più diffuso fu l’agiografia, il cui fondatore fu san Girolamo con  “Vite di Paolo, Malco e Ilarione”.

Nel testo agiografico il miracoloso cristiano assume aspetti fiabeschi e fantastici, che spesso attingono al patrimonio dell’immaginario popolare.

Eccellenti esempi furono: i “Dialoghi” di Papa Gregorio Magno, la “Legenda aurea” di  Jacopo da Varazze, i Fioretti di san Francesco, l'agiografia, è, infatti, quella produzione letteraria che ha per oggetto i "santi", cioè personaggi cui furono, spesso prima della canonizzazione ufficiale, attribuiti culti speciali.

Nel testo agiografico

Le  finalità sono sia di propaganda, in rapporto alla politica della Chiesa, ma anche alle esigenze locali; sia di divertimento, pur se limitato dall'assenza di elementi comici.

L'agiografia è interessante per lo studioso contemporaneo in quanto: documento della storia sociale e documento per l'indagine antropologica.

Simile al racconto agiografico, ma con finalità morali ed edificanti, era l’”EXMPLUM”,  che serviva soprattutto ai predicatori per rendere efficaci le loro prediche, colpendo la fantasia dei fedeli con riferimenti concreti.

Vi erano poi  “VISIONI”, cioè descrizioni dei regni dell’oltretomba, delle pene infernali e delle gioie del paradiso, “INNI LITURGICI” e le “SUMMAE” , opere teologiche.

Gli argomenti propriamente scientifici trovavano posto in BESTIARI – LAPIDARI – ERBARI,  comunque permeati dello spirito religioso e simbolico.

Un altro genere letterario assai diffuso fu la CRONACA e la STORIOGRAFIA, i cui autori erano spesso anonimi, dato che tali testi erano spesso il risultato di compilazioni, anche confuse, di materiale di diverso genere. Si possono ricordare comunque alcune opere significative:

Importante fu la presenza di alcune donne intellettuali come ROSVITA, 

    che fu l'unico autore drammatico vero e proprio che conosciamo del Medio Evo. Si tratta quasi certamente di una monaca, vissuta tra il 935 e il 973 ca. nel monastero di Gandersheim. Scrisse sei drammi in latino e in prosa rimata con l’intento dichiarato di sostituirsi nella lettura a Terenzio, autore drammatico latino, per edificare le anime. Probabilmente, dato che anche Terenzio veniva letto, questi drammi non vennero mai rappresentati, ma solo letti.

 Un cenno a parte merita la poesia goliardica di cui riportiamo qualche testo, con la musica di un compositore contemporaneo Carl Orff.

Si può concludere questa breve rassegna sulla cultura medioevale ancora col testo del Gurevic.

“ I poeti e gli artisti trascurano quasi del tutto la natura reale, non riproducono il paesaggio, non osservano le caratteristiche dei singoli uomini, non prestano attenzione al fatto che in paesi diversi in età diverse la gente vestisse diversamente (...). All'individuazione si preferisce la tipizzazione, invece di penetrare nella varietà dei fenomeni della vita, si parte dall'irriconciliabile contrapposizione tra il sublime e l'infimo, tra l'alto e il basso collocando ai poli opposti il bene assoluto e il male assoluto. Il mondo creato dall'artista medievale è molto particolare e inconsueto per l'uomo di oggi. E' come se l'artista non sapesse che il mondo è tridimensionale, che è dotato di profondità; (...). Gli è davvero ignoto anche come scorre il tempo? Infatti nei quadri dei pittori medievali azioni successive vengono rappresentate simultaneamente; nel quadro vengono accoppiate più scene cronologicamente divise. (...) Per esempio: un nobile signore galoppa sulla strada, giunge al castello, scende da cavallo ed entra nella stanza, s'incontra con il signore del castello e scambia con lui un bacio di benvenuto, obbligatorio in simili casi; e tutto questo è reso non in una serie di disegni, ma entro un unico quadro legato da unità compositiva. (...). Si può inoltre presumere che i maestri medievali non distinguessero nettamente il mondo terreno e il mondo ultraterreno; ambedue vengono rappresentati con uguale grado di precisione, in una viva interrelazione e sempre nell'ambito dello stesso affresco o della stessa miniatura".

Sempre Gurevic, nel suo saggio “La nascita dell'individuo nell'Europa medievale" (Laterza) dice che gli uomini che crearono la civiltà medievale si interessavano più al generale che al particolare dato che in ogni uomo vedevano l'immagine di Dio; mentre la modernità si contraddistingue proprio per la centralità riconosciuta all'individuo. Oggi ciascuno si vede offrire ogni sorta di strumento per sviluppare ed esprimere al meglio la propria unica, irripetibile personalità; nella pedagogia medievale, l'influenza decisiva della religione cristiana produceva l'effetto opposto, svalutando la realtà individuale per valorizzare invece ciò che si avvicinava a un tipo ideale.

Lo storico (russo, società che fino a pochi anni fa ha deliberatamente privilegiato il collettivo rispetto al singolo) scrive che nel Medio evo all'individualità non si da valore, né la si approva, la si teme e non solo negli altri; l'uomo si guarda dall'essere se stesso. La manifestazione dell'originalità, della singolarità aveva l'aroma dell'eresia. L 'uomo soffriva sapendo di non essere come tutti gli altri".