Il fenomeno del monachesimo

Durante il IV secolo d. C., protetta dagli imperatori cristiani, la Chiesa conobbe una rapida affermazione e con il diffondersi della fede cristiana prese vita un fenomeno sociale – religioso, che acquisterà in breve tempo un’importanza decisiva: il MONACHESIMO. Con esso fece la sua comparsa una nuova forza, altre al clero e al laicato, destinata ad essere la guida del mondo cristiano: il cristianesimo medioevale infatti sarà un cristianesimo monastico.

Il desiderio di perfezione evangelica, dopo l’esaurirsi delle persecuzioni, finì per esprimersi nell’ascetismo; infatti con le pratiche di mortificazione corporale si pensava di offrire la propria vita per Cristo, in una sorta di martirio quotidiano, tanto che un autore ecclesiastico del VI secolo ha definito il monaco un “martire oscuro”.

Il monachesimo cristiano prese origine tra la fine del III e l’inizio del IV secolo contemporaneamente in Siria e nel Basso Egitto ad opera dei “padri del deserto”, che, ispirandosi ad alcuni precetti evangelici particolarmente radicali, decisero di  appartarsi dai loro simili e dalla vita sociale (è la scelta della “fuga dal mondo”).

Il monachesimo delle origini aveva proposto due modelli di rinuncia al mondo antitetici:

Da queste due impostazioni deriveranno poi:

I nuovi asceti del deserto, che rinunziavano alla famiglia, scegliendo la solitudine e la lotta al peccato attraverso la preghiera, la penitenza e il digiuno vennero chiamati MONACI (dal greco “monos” monoò = solo e unico) oppure anacoreti  (dal verbo greco “anachorein” anacorein = ritirarsi ) e più tardi  eremiti ( dal greco “eremos”  hrhmoò = deserto ).

Il rappresentante più noto del monachesimo delle origini è sant’Antonio  abate  (250 – 356), al quale la tradizione ha conferito il titolo di “padre dei monaci”.

Dall'eremitismo al cenobitismo. Il monachesimo in Occidente

Quasi contemporaneamente al monachesimo eremitico sorse quello cenobitico (dal greco coinòs bìos koinoò bioò = «comune vita»). Il suo avvento, che costituisce un arricchimento dell'esperienza monastica, è legato tradizionalmente a Pacomio, mentre la sua affermazione e organizzazione sono legati a Basilio. La novità del monachesimo pacomiano non consisteva tanto nel fatto che i monaci si radunassero a gruppi - questo accadeva già da tempo - ma che vivessero insieme ispirandosi a una regola che stabiliva le norme per la preghiera, la penitenza la disciplina, l'abito e il lavoro manuale. Alla castità e alla povertà, che facevano parte del patrimonio tradizionale dell'ascetismo eremitico, Pacomio aggiunse l' obbedienza al superiore, l' abate ( = «padre spirituale»), da cui dipendeva la stessa vita in comune. Questa nuova forma di monachesimo ebbe un'eccezionale diffusione, tanto che la Tebaide (regione dell'Egitto) finì con il diventare una «megalopoli» monastica, con migliaia di monaci divisi in gruppi di trenta o quaranta per casa a seconda dell'attività o dei servizi prestati. Accanto ai monasteri maschili, sorsero presto i primi monasteri femminili.

 In seguito, la vita monastica si propagò in Palestina, in Siria, in Asia minore; proprio in quest’ultima si distinse l'attività di promotore e organizzatore del monachesimo di Basilio, arcivescovo di Cesarea in Cappadocia. Il monachesimo basiliano incontrò il favore di tutto il mondo greco; i numerosissimi monasteri bizantini lo considerarono un patriarca, allo stesso modo in cui i monaci d'Occidente, qualche secolo dopo, avrebbero reputato tale Benedetto da Norcia. Nel corso del IV secolo il monachesimo fece il suo debutto anche in Occidente. Qui, i primi importanti fermenti monastici ebbero come teatro la Gallia e si svilupparono grazie all'iniziativa di Martino di Tours e dei suoi discepoli. Successivamente, il vento del monachesimo soffiò lungo le coste del Mediterraneo settentrionale, giungendo all'isola di Lerins, presso Cannes (dove Sant'Onorato, vescovo di Arles, fondò un monastero che divenne un importante centro di cultura e di spiritualità) e a Marsiglia dove Cassiano (morto verso i1435) diede vita a due monasteri, l'uno maschile e l'altro femminile, che fecero propri in forma più attenuata gli insegnamenti brasiliani. Dall'ideale monastico restò affascinato anche il secondo dei grandi Padri della Chiesa latina dopo Ambrogio, san Girolamo, che nel 373 si trasferì nel deserto siriaco vivendo per molti anni da eremita.

In questo primo monachesimo, prevalentemente orientale, la dote più apprezzata era l’ “esagerazione”, cioè la rigorosità ascetica portata agli estremi ( vigevano addirittura le gare di ascetismo), invece non contavano molto le “regole” e la comunità era legata più all’ascendente del padre spirituale, che ne stava a capo.

Quasi contemporaneamente al monachesimo eremitico sorse quello CENOBITICO  (dal greco “Koinos bios” = comune vita   ………… Qui la dote più apprezzata era la “discrezione” o temperanza, ottenute sottomettendosi alla “regola”.

Tra la molteplicità di Regole elaborate dal monachesimo occidentale, spiccano:

Nel corso dell’ VIII secolo, però, si impose in tutta Europa la Regola benedettina, quindi il monachesimo stabile. Proprio perché il monaco ha chiuso dietro la porta del monastero tutto il mondo, deve poterlo ritrovare all’interno. La regola benedettina, con il suo “ora et labora”, dimostra il nuovo atteggiamento che il Cristianesimo ha assunto di fronte al lavoro: non più disprezzo, come nel mondo classico, con la contrapposizione tra “otium / negotium”, o come nel mondo ebraico, che concepiva il lavoro come frutto del peccato di Adamo, ma una rivalutazione.

Lo si considera infatti:

Tuttavia la progressiva aristocratizzazione del monachesimo, con cospicue donazioni di terre e di servi, creò molta resistenza al lavoro e le abbazie, intorno cui si erano costituite enormi fortune patrimoniali, furono gestite come “curtes” di proprietà laica.

La riforma di BENEDETTO DI ANIANE non fa che prendere atto di un simile cambiamento e da allora ai monasteri furono affidati principalmente due compiti:

L’essere monaco quindi  ha a che fare con l’alfabetizzazione, tanto che la Regola prevede che il novizio sappia scrivere e il monaco deve alimentare l’anima attraverso le letture

"Alle mense dei monaci non deve mai mancare la lettura, ne ivi deve leggere chi abbia afferrato a caso un libro qualunque, ma incominci alla domenica chi poi leggerà per tutta la settimana. Chi entra in tale ufficio, dopo le preghiere finali della Messa e la comunione, si raccomandi alle orazioni di tutti, affinché Dio allontani da lui lo spirito della superbia; e tutti dicano in coro tre volte questo versetto dopo che quello lo ha cominciato: «Signore, tu aprirai le mie labbra e la mia bocca annunzierà la tua lode», e ricevuta così la benedizione, cominci l'ufficio di lettore.

Si osservi sempre un rigoroso silenzio, dimodoché non si senta nessun bisbiglio, ma soltanto la voce del lettore. Quel che è necessario ai monaci per mangiare e per bere se lo porgano vicendevolmente senza che nessuno abbia bisogno di domandare nulla. Se proprio occorrerà qualche cosa, lo si chieda piuttosto con il suono di un segnale qualsiasi che con la voce. Né ivi alcuno pensi di domandare qualche cosa sulla lettura o su altro argomento, per non fornire dei pretesti, a meno che il superiore non voglia pronunciare brevi parole per edificazione.

Il monaco lettore di settimana, prima di cominciare a leggere, beva un po' di vino per rispetto alla santa comunione e affinché non gli riesca gravoso sostenere il digiuno; alla fine pranzi con gli addetti alla cucina e con i servienti. I monaci però non devono leggere o cantare in ordine d'anzianità, ma solo quelli che possono edificare chi ascolta. {cap. XXXVIII)

In ogni momento i monaci devono osservare il silenzio, specialmente poi durante la notte. E perciò in ogni periodo dell'anno, in tempo sia di digiuno sia di pranzo, se è stagione in cui ci sia anche il pranzo, appena si levano da cena, si raccolgano tutti insieme ed uno legga le Collazioni o le Vite dei Padri o qualche altra opera che edifichi chi ascolta, non però i primi sette libri del vecchio Testamento o dei Re perché agli animi un po' deboli potrebbe riuscire dannoso ascoltare a quell'ora tali parti della Scrittura, che possono leggere in altri momenti; se poi fosse giorno di digiuno, recitato il Vespro, dopo un piccolo intervallo vadano direttamente alla lettura, come abbiamo detto, e letti quattro o cinque fogli o quanto il tempo permette, mentre tutti si radunano durante questa pausa della lettura {anche chi fosse stato occupato in qualche lavoro impostogli), tutti dunque riuniti insieme dicano Compieta e una volta usciti da Compieta non sia più permesso di dir parola ad alcuno. (cap. XLII)

E perciò crediamo che entrambi gli orari di tali occupazioni possano essere combinati in base al seguente ordinamento cioè da Pasqua fino agli inizi di ottobre al mattino, uscendo da Prima, lavorino quanto è necessario fino circa all'ora quarta; dall'ora quarta fin verso la fine dell'ora sesta siano occupati nella lettura. Finita sesta e levatisi da tavola, si riposino nel proprio letto in assoluto silenzio, e se per caso qualcuno volesse leggere per conto suo, se ne stia a leggere senza dar fastidio a nessuno. Si reciti Nona un po' in anticipo, a metà dell'ora ottava, e poi facciano di nuovo ciò che bisogna fare fino a Vespro. Qualora poi le esigenze locali o la povertà richiedessero che i monaci sono personalmente occupati nella raccolta delle messi, non abbiano ad adirarsene, poiché allora sono veramente monaci se vivono del lavoro delle proprie mani come i nostri padri e gli Apostoli! Tutto però si compia con misura, avendo riguardo ai più deboli. Dall'inizio d'ottobre poi fino al principio della Quaresima, attendano alla lettura fino alla fine dell'ora seconda. All'ora seconda si dica Terza e fino a Nona tutti attendano al lavoro loro assegnato. Dato poi il primo segnale di Nona, ciascuno interrompa il proprio lavoro, stando preparato per il suono del secondo segnale. Dopo la refezione attendano alle letture personali o allo studio dei salmi.

Nei giorni di Quaresima leggano dalla mattina fino all'ora terza compiuta, lavorando poi secondo gli ordini ricevuti fino all'ora decima compiuta. In questi giorni di Quaresima ognuno riceva un codice dalla biblioteca, da leggere di seguito e interamente; tali codici devono essere distribuiti all'inizio della Quaresima. Si incarichino innanzi tutto uno o due anziani che facciano il giro del monastero nelle ore in cui i monaci attendono alla lettura, per stare attenti che non si trovi qualche monaco pigro il quale perda tempo in ozio o in chiacchiere e non sia applicato alla lettura, e non solo si renda inutile a se stesso, ma distragga anche gli altri. Se si trovasse, che non sia mai, un tipo simile, lo si rimproveri una prima ed una seconda volta; se non si correggesse, sia sottoposto alla penitenza della Regola, in modo che gli altri ne abbiano timore. Né un monaco tratti con un altro monaco in ore non stabilite. Di domenica pure attendano tutti alla lettura, eccetto quelli che sono destinati ai vari uffici. Se però ci fosse qualcuno così negligente e svogliato da non volere o sapere stare raccolto e leggere, gli si dia da fare qualche lavoro perché non rimanga in ozio. Quanto ai monaci infermi o cagionevoli, si affidi loro un lavoro o un'attività tale che non stiano senza far niente e neppure si sentano schiacciati dal peso della fatica o addirittura tentati di andarsene; la loro debolezza deve invece esser tenuta presente dall'abbate.              San Benedetto

 Merita attenzione il fatto che la lezione e l’esempio di san Benedetto non restano circoscritti entro questo periodo, ma eserciteranno una profonda suggestione anche in seguito nel X – XI secolo, quando sorgeranno due grandi movimento monastici, quello cluniacense e quello cistercense, come ricerca di cristianesimo genuino e autentico contro la mondanizzazione  della Chiesa.

 J. Le Goff nell’autorevole “La civiltà dell’Occidente medioevale”  definisce il ruolo svolto dal monachesimo nella civiltà medioevale:  “Il fulcro della civiltà dell’Alto M. Evo è il monastero e sempre più il monastero isolato, il monastero rurale. Esso è,  con i suoi laboratori, un luogo di conservazione delle tecniche artigianali e artistiche; con il suo scriptorium -  biblioteca, un deposito di cultura intellettuale; con le sue terre, l’attrezzatura, la manodopera dei monaci e dipendenti di ogni genere, un centro di produzione e modello economico e certamente un focolaio di vita spirituale, spesso fondato sulle reliquie di un santo.”