Il Tempo ciclico

Aspetti del calendario medievale

 Il sole o la luna?

Com'è noto, i giorni si dispongono sul calendario secondo la serie ordinata delle settimane e dei mesi. Questi ultimi compongono il ciclo annuale, che nelle regioni temperate del globo è scandito dal ripetersi delle quattro stagioni: primavera, estate, autunno, inverno. La rappresentazione grafica del ciclo è una circonferenza. Il dilemma è pertanto quello dell'inizio dell'anno: sono più idonei a rappresentarne l'inizio i dodici giorni del solstizio d'inverno, cioè il periodo, compreso tra il 25 dicembre e il 6 gennaio, all'interno del quale cade il capodanno secondo la riforma di Giulio Cesare? Oppure è la lunazione dell'equinozio di primavera, che secondo il computo dei sacerdoti-astronomi dell'antica Caldea inaugurava il nizan, il mese della fioritura, durante il quale gli Ebrei celebravano la Pasqua?

Il calendario civile, di tradizione giuliana, è solare. Alla riforma di Giulio Cesare si devono, tra gli altri, due interventi importanti: l'attuale definizione dei giorni solstiziali ed equinoziali e lo spostamento del primo giorno dell'anno dal 1° marzo al 1° gennaio.

Il calendario liturgico cristiano è soli-lunare. Il Natale cade infatti nei giorni del solstizio d'inverno, mentre la Pasqua ricorre la domenica successiva al primo giorno di luna piena dopo l'equinozio di primavera. È opportuno ricordare che la data del Natale cristiano coincide con quella dedicata nel mondo tardo-antico alla celebrazione del Sol Comes Invictus, la divinità solare oggetto del culto siriaco che si diffuse in Occidente al tempo degli imperatori romani Eliogabalo (218‑222) ed Aureliano (270-275). La data della Pasqua cristiana è invece un'eredità mutuata dalla religione ebraica, il cui calendario era basato sul mese lunare di tradizione caldea. Il cristianesimo si è limitato a spostarne la celebrazione dal primo giorno di luna piena dopo l'equinozio primaverile alla domenica successiva.

Il giorno di Natale, dipendendo dal sole, è una festa fissa. Nella liturgia esso è preceduto dall'Avvento ed è seguito dal cosiddetto tempo di Natale, che si prolunga fino al 2 febbraio, data in cui si ricorda la Purificazione della Madonna. Il giorno di Pasqua, dipendendo dalla luna, è una festa mobile ed ugualmente mobili sono le altre ricorrenze ad essa collegate: le Ceneri, la domenica in Albis (quella successiva alla Pasqua), l'Ascensione, la Pentecoste, la festa della Trinità, il Corpus Domini.

Il calendario cristiano è composto dal tempo liturgico, che comprende i cicli salvifici natalizio e pasquale e dal tempo santorale, cioè dalla quotidiana successione dei santi, sotto il cui patronato sono posti i singoli giorni.

Diversamente dalla liturgia cristiana, incentrata sul tema della salvezza, il tempo folklorico è strettamente legato al ciclo stagionale, ai ritmi del lavoro agricolo, ai culti ed ai riti praticati nelle singole comunità.

Nella tradizione medievale - ma forse più opportunamente si dovrebbe parlare di un lungo Medioevo giun­to fino a noi - l'anno folklorico aveva inizio a marzo col risveglio della natura e con i fuochi lustrali, alla cui fiamma bruciavano i cascami delle stoppie e i rami vecchi e secchi che i contadini raccoglievano con la sarchiatura dei terreni e la potatura delle siepi. La primavera sbocciava in aprile e inaugurava le feste di maggio, rallegrate dai canti d'amore, dal dono di alberi, simboli della fecondità e della vita, e dalle fiorite, che trasformavano le strade dei paesi e dei borghi in tappeti cosparsi di corolle e di petali profumati di rose. Giugno e luglio erano i mesi delle messi e della frutta.

Dopo la grama alimentazione del periodo invernale si ricostruivano le risorse da utilizzare durante l'anno successivo: la farina soprattutto, per poter avere il pane. Festosi conviti concludevano le fasi della mietitura e della battitura del grano. Al solstizio d'estate, la notte era illuminata dai fuochi, detti poi fuochi di San Giovanni.

Il ciclo estivo terminava con la raccolta dei cereali e delle olive da conservare e già iniziava l'autunno, dedicato alle lavorazioni dell'uva e delle olive da frantoio, nonché alla preparazione dei solchi per la semina del grano, che era ultimata ai primi di novembre.

Scendeva poi sulla terra il silenzio invernale, tempo notturno e terribile, durante il quale i morti ritornavano sulla terra e bussavano alle porte dei vivi. Per allontanarli o renderne inoffensiva la presenza, si organizzavano raccolte di offerte e di doni. Il famoso antropologo Claude Lévi-Strauss ha dimostrato che i regali di Natale hanno questa origine. Il tempo invernale correva verso il periodo, denso di pronostici, dei dodici giorni del solstizio compendio dei dodici mesi dell'anno, ma forse più correttamente si dovrebbe parlare delle dodici notti, perché è nel grembo oscuro della notte che il folklore coglie la nascita dell'alba.

Con la dodicesima notte, quella dell'Epifania, cominciava il Carnevale con la sua sfrenata allegria, i travestimenti, il desiderio di invertire, sia pure per un tempo limitato, la rigidità imposta dai ruoli sociali nella restante parte dell'anno. Ma il Carnevale era anche l'inquieto tempo delle maschere, che ambiguamente alludono ad altro: al dolore soffocato dietro l'ostentato riso, alla persistenza dei condizionamenti sociali dopo il sogno utopico di un mondo rovesciato, al sapore di morte con cui si conclude il rito del Re della Festa, detronizzato e ucciso. Del resto, dopo gli ultimi bagordi, aveva inizio il periodo più difficile dell'anno, nel quale si consumavano le ultime scorte e veramente "si tirava la cinghia", in attesa che dalla terra nascessero i primi germogli.

Nel calendario popolare medievale confluiscono gli apporti di varie eredità: il tempo folklorico, la tradizione romana, le componenti celtiche, il ciclo liturgico cristiano. Tra le feste che portano i segni di queste contaminazioni, oltre ai periodi del Natale e della Pasqua ricordiamo le date di Sant'Antonio Abate (17 gennaio), protettore degli animali, in particolare del maiale; di San Biagio (2 febbraio), il patrono della gola; di San Giovanni (24 giugno), il santo dei fuochi di mezza estate; di San Martino (11 novembre) che dispensa l'ultimo tepore prima del gelo invernale; di Santa Klaus, ossia San Nicola (6 dicembre), che distribuisce i doni ai bambini; di Santa Lucia (13 dicembre), protettrice della vista. Si aggiungano il rito del ceppo che arde nel camino durante i dodici giorni e le dodici notti del solstizio invernale, l'ornamento del vischio, pianta augurale per il nuovo anno nella tradizione celtica, l'usanza pasquale dell'uovo benedetto, simbolo della rinascita e della fecondità, infine l'allegra scampanata del Sabato Santo, con la quale nelle zone rurali d'Europa, scuotendo campanelli e campanacci, si intendevano fugare le ultime ombre dell'inverno e allontanare gli spiriti dei morti che fino a quel momento avevano vagato sulla terra. Sullo sfondo, agiva ancora nell'immaginario collettivo il ricordo delle antiche feste romane: dedicate a Flora (Floralia, 28 aprile-6 maggio), a Cerere (Ambarvalia, fine maggio), a Saturno (Saturnalia, 17‑23 dicembre), a Pan (Lupercalia, 15 febbraio).

Queste e molte altre notizie, accompagnate da uno stimolante commento, si possono leggere nel libro di F. Cardini, I giorni del sacro. Il libro delle feste (Ed. Nuova, Milano, 1983).